Tante storie… Davvero?

Evidenze di monocultura informatica

E’ evidente: questo sviluppo così esteso e pervasivo dei social è una grande opportunità di comunicazione, mai realizzata prima d’ora, nella storia dell’uomo. Ed insieme un terribile rischio di impoverimento culturale, di appiattimento su un modello dominante che potrebbe affermarsi così limpidamente e completamente, da far dubitare che sia mai esistito un pensiero diverso.

La concentrazione dei social network e sistemi di messaggistica in una condizione fortemente unipolare, non può non destare ragionate preoccupazioni. Instagram, Facebook, Messenger, WhatsApp, sono ora in mano ad una stessa azienda. Con ciò una grande percentuale degli scambi e interazioni sulla rete avviene attraverso — sostanzialmente — un unico canale espressivo.

Ora il punto non è, come spesso si crede, giudicare se questo canale espressivo appaia più o meno illuminato, nel suo regolare e “sagomare” questo flusso. Esemplificando: il punto non è se Facebook rimuove le foto di una mamma che allatta il suo bimbo, e magari lascia prosperare (o non riesce ad intervenire) gruppi che incitano all’odio e alla violenza.

Eh no. Si può parlare di questo, certo. Se ne può discutere a lungo. Eppure il punto è esattamente un altro.

Il pericolo è che si stia andando verso una sostanziale monocultura della mente. Che l’insieme di regole e limitazioni che mette Facebook — come ogni altra ditta orientate al profitto farebbe — vengano prese e acquisite come regole universali ed inevitabili. Che la mancanza di varietà generi un appiattimento del pensiero, che smarrisca definitivamente la ricchezza fragrante che c’è nel confronto con la diversità.

Prendiamo ad esempio l’introduzione delle storie, avvenuta in tempi recenti su Instagram, poi WhatsApp, Facebook e (ora) anche su Messenger. Le storie sono mix di foto, video e testi, che si possono associare al proprio profilo, ma hanno una durata limitata (di norma appaiono solo per 24 ore).

Se ci fate caso, sono comparse a brevissima distanza, con minime differenze, sulle quattro piattaforme informatiche. Un pensiero unico colto in azione, di fatto. Si badi, se è necessario ribadirlo, che qui non si discute sulla bontà dell’idea, che potrebbe essere anche indiscutibile. Non importa quanto buone è un’idea, ma che è una sola idea. Un solo modo di vedere le cose. Una sola scala di valori, un solo universale giudizio di “buono” e “cattivo” (per giunta non da una autorità etica o spirituale, diciamo, ma da un ente orientato al profitto).

Questo a mio avviso è realmente preoccupante.

la mentalità monoculturale mira ad imporre all’intero pianeta un’unica cultura e un unico modello economico, dando vita a società immature e “infestanti”, ossia con un elevato utilizzo di energia e una scarsa diversità. (Boff, Hathaway)

Credo che si possa validamente guardare la polarizzazione informatica verso un numero minimo di entità, con la stessa percezione di rischio che possiamo vedere nell’uso estensivo della monocultura.

Il punto è lavorare per essere sempre più utenti consapevoli. C’è un motto che i programmatori Perl conoscono bene, there’s more than one way to do it. In soldoni, c’è sempre più di un modo per farlo. Ed è bene non dimenticarlo. Soprattutto adesso, che per pigrizia di pensiero potremmo confondere l’esistente con il possibile.

Sarebbe fatale: perché il secondo è sempre molto più largo del primo.