Questa strana cosa degli SMS

E’ strano rendersi conto di quanto in fretta si muove la tecnica. E’ come stare su di un piano inclinato, avvertire una discesa soltanto dopo che si è fatto il percorso.

Ci credete voi, che sta mandando un SMS? Io no…

Così adesso, quando ricevo un SMS sul telefono, mi pare una cosa strana.

Diciamo la verità: non so voi, ma io ormai non me li aspetto più. Per dire, sono molto più abituato a ricevere messaggi WhatsUp, oppure Telegram, oppure chat da Facebook. Ogni tanto, perfino un messaggio dalla chat di Google. Non molti in verità.

Ma SMS, quelli proprio no.

In effetti, una rapida occhiata al mio archivio di messaggi me lo conferma: ad inviarmi SMS ormai rimangono in ben pochi. La banca, l’assicurazione, il gestore di telefonia, qualche offerta speciale di qualche negozio di elettronica.

Messaggi automatici dunque, almeno in gran parte. Ma persone vere, pochissime.

Le persone vere usano adesso altri sistemi, comunicano secondo altri canali.

Ora che ci penso, anche nel gioco di spudorata condivisione che fanno i protagonisti di Perfetti Sconosciuti — abbastanza emblematico del momento tecnologico che stiamo attraversando — non mi pare che gli SMS abbiamo molta parte, se non niente del tutto.

Che poi a pensarci bene, è normalissimo. Gli SMS sono decisamente scarni, come offerta, rispetto a ciò che li sta ormai definitivamente sostituendo.

Pensiamoci: non hanno allegati multimediali, hanno lunghezza limitata, non ci sono conversazioni di gruppo, non si ha (normalmente) conferma della ricezione… solo messaggi di testo.E basta.

Qual è il loro unico vantaggio, la loro esclusivissima prerogativa? Di viaggiare sulla linea del segnale telefonico, e dunque di potere essere scambiati senza bisogno di collegamento Internet.

Dunque il fatto che vengano oggi usati così poco, è il segno chiarissimo che ormai avere il proprio smartphone perpetuamente connesso ad Internet è lo standard de facto.

Ovvio infatti che per chi ha il collegamento alla rete (cioè tutti, con buona approssimazione), un SMS è una opzione decisamente povera.

Questo è il presente, così comunemente percepito, da non aver bisogno d’essere descritto.

Eppure c’è chi è cresciuto in una epoca in cui l’unica connessione asincrona tra terminali mobili era quella offerta dagli SMS. In cui eri perfino disposto a pagare per usare tale possibilità (un tanto a messaggio inviato). Mentre oggi, cullati da una offerta che non conosce stagnazione, non siamo disposti nemmeno a pagare un euro per servizi ben più ricchi ed elaborati di messaggistica.

Così le cose cambiano, e noi ci rimoduliamo di conseguenza. In maniera veloce, puntuale. E ci dimentichiamo. Ci scordiamo di come fino a qualche anno fa il problema più assillante — per chi ama conservare in digitale almeno un po’ di storia di sé stesso — era come salvare il proprio archivio di SMS.

Eh già, l’archivio dei messaggini.

Perché lì dentro c’era traccia palpitante della nostra umanità, c’erano messaggi e contatti e richieste e speranze e rifiuti e proposte e amori e carezze e allontanamenti e ritorni. C’era tutto di noi. Questa cosa strana degli SMS teneva traccia delle nostre relazioni, in maniera frammentata ed imperfetta, certo, ma viva.

E certo abbiamo poi anche provato a metterci più contenuto, allargando alla multimedialità, che stava arrivando di suo. Ma gli MMS sono stati una rivoluzione mancata, perché intanto un’altra rivoluzione stava prendendo piede, quella che faceva della linea dati il canale d’elezione per ogni forma di comunicazione diversa dalla voce (per ora), adottando non più standard condivisi ed in caso promuovendo nuovi protocolli, ma facendo invece spazio ai sistemi proprietari.

Tradotto, non c’è più un sistema universale per scambiarsi messaggi di testo (e multimedia) tra smartphones, c’è invece una scelta di app.

E se un SMS lo mandavi a chiunque, ora sei limitato alla scelta di utenti di una certa applicazione. Non è un gran problema, in ogni modo, perché come praticamente tutti sono su Facebook, praticamente tutti si trovano su WhatsUp.

Quello che ci preme è appena ricordare quello che è stato e non è più, perché il ricordo colora di significato anche il presente, e ne dispiega le ragioni.

Qualcosa che qui ci piace fare, perché ci aiuta a comprendere meglio chi siamo, anche attraverso le nostre scelte tecnologiche più spicciole. Anche attraverso il ricordo, che è una cosa spiccatamente umana. Ciò che ci rende irriducibilmente diversi da ogni scenario partorito da un microprocessore.

Ora, e sempre.