Forse è che il testo stesso sta scomparendo. Dopo tutto, i primi visitatori del web hanno trascorso il loro tempo online leggendo riviste digitali. Poi sono arrivati i blog, Facebook, Twitter. Ora è sui video di Facebook, Instagram e Snapchat che la maggior parte delle persone trascorre il proprio tempo. C’è sempre meno testo da leggere sui social network, e sempre più video e immagini da guardare. Stiamo assistendo a un declino della lettura sul web a favore della visione dell’ascolto?
Il web che dobbiamo salvare
Longform Italia
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Questa è anche la mia impressione.

Ci stiamo forse per lasciare alle spalle una parte magica di Internet. Magica, intendo, sopratutto per chi scrive o comunque assegna un peso importante alla parola, come veicolo di trasmissione privilegiato di umanità e relazionalità tra gli esseri umani — come è stato per millenni, d’altra parte (non si tratta di inventare nulla, chiaro).

Una parte che verosimilmente non tornerà mai più, e che un certo periodo dell’evoluzione tecnologica ha indubbiamente favorito. Le prime pagine internet erano questo, appunto: testi, dunque parole sopratutto, con poche e timidissime immagini (piccole, da non rubare molta banda e rendere la pagina lenta nel caricarsi).

Internet nella sua declinazione “1.0” era una autentica manna per chi ama la parola scritta.

Internet come testo distribuito, condiviso… privato e pubblico insieme. Sarà ancora così?

Questo sta cambiando, e probabilmente non può che essere così. Lo confesso: non mi entusiasma la parte di web che deriva sempre più prepotentemente verso il modello televisivo, per quanto possa comunque incarnare degli indubitabili punti di forza.

Amo piuttusto Internet per la sua porosità e duttilità (quasi direi intrinseca), che mi permette di affondare in verticale verso i miei interessi, lasciandomi dietro e di fianco, nel tragitto, la miriade di argomenti “di tendenza” dei quali, per dirla alla romana, non me ne po’ fregà de meno.

Questo è un po’ messo a rischio dalla concentrazione sempre maggiore del traffico verso pochi grandi siti, come si comprende fin troppo facilmente. Per dire, la perdita in varietà e pluriformità che si ottiene dimorando gran parte del tempo dentro Facebook, se pure celata sotto una apparente multiformità di contenuti, è alla lunga evidente.

E’ giusto porsi, dunque, il problema di difendere una certa cultura di Internet: difenderla perché è — a nostro modesto avviso — quella che meglio di altre si può farsi carico, si può impregnare virtuosamente di quel tesoro di umanità la cui sola trasmissione rende l’uomo più uomo.

Meno di questo, non ci interessa.