Pronto, casa Lenci?

Piccole cose che segnano il nostro modo di relazionarci anche con la tecnologia, nelle quali vediamo un segno di modifica lenta ma costante, come un movimento appena percettibile, ma concreto.

Ne parlavamo in famiglia ieri sera, a cena.

Di come le cose cambiano. E come la mente si riequilibra su un nuovo assetto, senza apparente fatica. Come se tutto sempre fosse stato così.

Claudia che mi diceva, io quando andrò ad abitare per conto mio, non mi faccio per niente un telefono fisso. A che mi serve?

Beh. Io ci sono cresciuto, nell’epoca del telefono fisso. Sono cresciuto nell’epoca nella quale, se volevi parlare con una persona, le telefonavi a casa (non al cellulare, che non esisteva proprio nemmeno come concetto, nemmeno nei film di fantascienza). Le telefonavi a casa e poi — metti fosse una ragazza che ti piace — dovevi passare verosimilmente per un genitore.

Parlare con un telefono fisso era tutta un’altra cosa. E anche, spesso, altre parole…

C’era tutta una procedura, come chi ha più o meno i miei anni sa bene.

Mi piace rimetterla in parole, magari romanzarla un poco (ma non tanto), prima che scompaia totalmente dal sentire comune.

Andiamo con ordine.

Prima di tutto, devi capire se a quella data ora è opportuno telefonare. Ora di cena? Ora di pranzo? Meglio aspettare. Primo pomeriggio? Nooo, magari qualcuno riposa, meglio aspettare. Sera tardi? Decisamente sconsigliato, a meno di urgenze o di grande familiarità con la famiglia destinataria.

Certo, se hai qualche notizia sulla famiglia che stai chiamando, puoi fare estrapolazioni su quando non gli dà troppo fastidio lo squillo del telefono.

Se poi lei non ti ha dato il numero di casa, puoi cercare nell’elenco telefonico e reperire comunque il suo numero (sempre se inferisci il nome del papà a cui sarà intestato il telefono, magari ti aiuti con la strada, quella magari la sai).

Per inciso: il numero di casa. Ovvero, il vecchio telefono mappava fedelmente un modello sociale familiare, rispecchiava e modellava inevitabilmente il concetto di comunità domestica, nel quale era inserito. Il cellulare odierno è prettamente individuale, delinea una persona singola a prescindere dalla sua rete di relazioni, anche più prossime: le relazioni non le sai, non le vedi, non ci passi attraverso. E’ un collegamento uno-a-uno, che taglia fuori tutti gli altri, fino dall’inizio. Le relazioni telefoniche del secolo scorso erano spesso inevitabilmente (anche quando non ti andava bene) molti-a-molti, perché anche se a telefonare erano in due, quelli coinvolti dall’intera operazione potevano essere parecchi.

E infatti torniamo alla nostra telefonata.

Hai il numero, è un momento che ritieni giusto. Allora, ok, chiami.

Se non c’è nessuno, riattacchi. Richiami dopo (nessuno sa che hai chiamato, l’informazione scompare appena dopo l’ultimo trillo).

Se rispondono, si avvia la procedura.

Intanto, ti presenti. Perché il telefono non mostra il tuo numero a chi risponde, devi fare tu la prima mossa e dire chi sei. Qualificarti, prima di tutto.

Così, prima di tutto il saluto. Buongiorno, sono (poniamo) Ciccio Baciccio.

Però intanto devi capire se chi risponde ti conosce o no. Nel caso negativo, devi pure dare qualche sommaria informazione su chi sei e perché telefoni lì.

Sono Ciccio Baciccio, un compagno di classe di Federica.

Fatto questo, non ti puoi rilassare: sei ancora all’inizio.

Perché devi sapere se la persona con cui vuoi parlare (quella ragazza piuttosto carina, appunto, che abbiamo deciso si chiami Federica: quella che ieri ti sorrideva dal secondo banco) è in casa. Così devi prima di tutto esprimere il tuo desiderio di parlare con lei (intanto che cerchi di interpretare il tono di voce di chi ti risponde per capire se la cosa è più o meno gradita).

Se non è in casa (mannaggia), puoi comunque chiedere se si sa quando rientra e se non disturbi nel richiamare più tardi. Per ovvi motivi tecnologici, non esiste mandarle un messaggio WhatsUp, Telegram o messaggiarla in qualsiasi modo.

Non puoi — per dire — mandarle nemmeno un SMS. Per il semplice fatto che gli SMS non esistono. E tu (con spensierata ignavia) nemmeno sai che potrebbero esistere, che un giorno esisteranno.

Saputo se è in casa e se ti può parlare, allora puoi chiedere che venga al telefono. Attenzione però, normalmente te lo scordi di avviare una conversazione privata. Sia tu che lei non potete camminare in giro per casa con il telefono in mano e scegliere un posto tranquillo.

No. Il telefono ha i suoi bei 50 cm di filo (la tua e la sua libertà di movimento, in pratica, messa insieme è appena un metro) ed è ben ancorato — di solito nel posto più sociale della casa (ingresso, salone). E non ci sono quattro telefoni, più uno in bagno: ma uno solo. Dunque siete continuamente monitorati, a parte casi fortunati. Non per scelta, per necessità.

Metti pure che riesci ad avviare una bella conversazione (però che carina la sua voce anche al telefono… ma è una mia impressione o lei è contenta di parlare con me?).

Complimenti. Ci sai fare.

Però dopo dieci minuti, quindici al massimo, ti fanno cenno. Passa qualcuno che ti fa dei gesti, tipo però guarda che mi serve il telefono, oppure sì ma così spendiamo una fortuna (stai pagando a minutaggio, baby, mica esistono connessioni flat). Oppure è lei che ti dice, un po’ a malincuore (cosa che tu registri comunque come una grande vittoria) scusa a mio padre serve il telefono…

Così la saluti e metti giù. E certo, intanto ti chiedi se sta nascendo qualcosa.

E no, non mi riferisco alla telefonia cellulare, in questo caso.