È ora di progettare una diversa sensibilità digitale, puntando a reti organizzate, gruppi di utenti mirati, mini-strutture decentralizzate, progetti flessibili, e quant’altro capace di «operare al di fuori dell’economia del ‘mi piace’ e dei suoi deboli link».
Facebook sotto accusa è una buona occasione per mollarlo e cooperare online
bernardo parrella
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Obiettivo bellissimo.

Sì, questo è un obiettivo bellissimo, esaltante, anche se penso non sia esattamente realistico, in questo momento. Non me ne vogliate, ma non lo vedo esattamente praticabile. Ci vorrebbe forse una coscienza critica diffusa e consapevolezza nell’uso del mezzo. Cosa che molta gente non ha, o piuttosto (perché la gente non è stupida) non gli interessa di avere.

Ogni scatola ha la sua forma, le sue caratteristiche. E’ bene ricordarlo, per quanto sembri ovvio…

Perché la gente, per la maggior parte, usa Facebook per mantenere senza troppi pensieri una propria rete di interessi e connessioni, e per loro (per noi) va bene così. E perfino chi cerca di assumere un atteggiamento consapevole, accetta comunque e vive in questo stato di cose, la maggior parte del tempo.

Il che non vuol dire che un modello diverso non sia pensabile, auspicabile. Mi capitava di scrivere, tempo addietro, che

ci vorrebbe uno standard per interagire con le reti di social network, così come c’è uno standard per la posta elettronica. In questo modo i vari portali sarebbero solo collettori di “unità espressive elementari” che possono sempre migrare da un collettore all’altro. Torneremmo finalmente proprietari dei nostri contenuti, e del loro destino. Padroni, non ospiti.

Purtuttavia, esperienze più o meno di questo tipo, come Diaspora — per quanto siano tecnicamente ed anche eticamente molto interessanti — non si può dire che siano al momento in grado di proporsi come seria alternativa a Facebook.

Dobbiamo aprire gli occhi davanti alla realtà, che ci piaccia o meno.

E la realtà ci insegna che, dopo un (bellissimo ma effimero) momento di esplosione di varietà e modalità espressive, siamo in un momento storico di Internet in cui la relazionalità online si è decisamente agglomerata intorno a grandi poli di attrazione, e sono sempre architetture proprietarie, entità nelle quali cioè entriamo solo dietro cessione di una serie di diritti e soprattutto nelle quali siamo — e saremo sempre — come in casa d’altri, sostanzialmente non liberi di agire secondo un nostro codice etico o culturale, avendo preventivamente dovuto abdicare in favore di una diversa serie di regole (poco conta, in questa sede, se ci piacciano o meno).

Tutto perso, dunque?

Niente affatto. Io credo che avere coscienza piena dello stato delle cose, iniziare a comprendere che Facebook (o chi verrà dopo di lui) non è una entità neutra, non è un sostrato inerte, ma vive delle decisioni e della mentalità di chi lo guida (evitando in questo sterili demonizzazioni), è già un grosso risultato di consapevolezza.

Dal quale, è chiaro, possono poi nascere e fiorire molte altre cose.