Medium?

Lasciatemelo dire. Stando su Internet dal tempo della sua nascita, di cose ne ho viste parecchie. Le modalità espressive più varie sono fiorite in tutte le direzioni possibili, anche se poi — come sappiamo — all’inverno della crisi e della recessione poche sono quelle che sono riuscite a sopravvivere.

Certo — ne abbiamo parlato spesso — c’è stata una enorme contrazione rispetto alla rigogliosa giungla mediatica di qualche anno fa. Gli strumenti social di successo si contano agevolmente sulle dita di una sola mano: Facebook, Twitter, Instagram, WhatsUp…

Ok, c’è anche altro. Non molto altro, a dire il vero.

medium

La piattaforma è un mero fatto tecnico? Non credo, piuttosto influenza i contenuti e lo stile…[/caption]

Anche il panorama dei blog è abbastanza statico, ed è assolutamente dominato da Wordpress, sia nella versione .com che offre spazio libero in cambio di qualche pubblicità (non troppo invasiva), sia nella ben più completa declinazione .org che permette — previa acquisizione di uno spazio web — di scaricare e istallare un blog, del quale poi si ha il completo controllo e la totale proprietà, tanto dell’impostazione grafica quanto — ovviamente — dei contenuti prodotti.

Altre piattaforme ci sono, ma sono di nicchia, o addirittura stagnanti (come blogger, ormai purtroppo congelato in una immobilità che è diventata quasi imbarazzante). E comunque bisogna dire che — pur nella varietà di soluzione tecniche adottate — rispettano in grande misura lo stesso paradigma. Paradigma che potremmo esprimere in maniera sintetica nella declinazione post + commenti, dove il primo è gerarchicamente superiore, mentre i secondi si agganciano semplicemente in coda ad un dato post ed ineriscono semanticamente alla sua totalità. Questo così schematicamente abbozzato non è appena un modello, come sappiamo, bensì è il modello canonico che informa la quasi totalità della blogosfera. E’ lo standard (e come standard ha innegabili pregi, e qualche limitazione).

Medium_(publishing_platform)_Logo_2015

Come che sia, l’approccio di Medium — possiamo dirlo anche prima di ogni dettagliata valutazione tecnica o sociologica — è una prima vera ventata di aria fresca, un primo e compiuto diverso modo di pensare alla parola scritta su Internet. Su Medium un commento si fa su una parte del testo, non si mette in coda al post. Inoltre — fatto ancora più interessante — i commenti sono gerarchicamente dei post essi stessi. Ogni sorta di intervento scritto è dunque sullo stesso piano di importanza. All’inizio può disorientare, poi però si apprezza il modo nuovo di fare le cose.

Un modo che personalmente trovo piacevolmente snello ed amichevole. Soprattutto, un modo che incoraggia a scrivere (e questo già sarebbe sufficiente — per me — per riguardarlo con pieno interesse). Rispetto al classico blog, su Medium — avendolo provato un po’ — riesco a lasciarmi andare a considerazioni anche più estemporanee ed immediate. In altri termini, mi sento confidente a rilasciare un testo in cui la freschezza dell’ispirazione immediata finalmente vince sulla percepita necessità di accurata (ri)elaborazione. A ciò viene indubbiamente in aiuto la non trascurabile eleganza dell’ambiente stesso, che gravita su un eccellente punto di equilibrio tra funzionalità operativa e minimalismo grafico.

E’ probabilmente presto per ragionare sulla diffusione che questo think different potrà avere. Medium è nato da poco, vede la luce nell’agosto del 2012, ad opera del cofondatore di Twitter, Evan Williams. Curiosamente, manca ancora una pagina di Wikipedia in lingua italiana, mentre la versione inglese è relativamente scarna ma sufficiente per farsi un’idea.

In via sperimentale, ho aperto un varco su Medium per il progetto SegnaleRumore: venite a vederlo, se vi va, a familiarizzare con la piattaforma (questo stesso post è una modifica e un ampliamento di un post pubblicato lì giorni fa). Per ora è una cosa in fase di studio. L’impulso di spostare lì la base principe del progetto è stata forte, ma una analisi più meditata dei pro e dei contro (che ci sono, primo tra tutti la scarsa configurabilità, e la cessione — o meglio la estensione, dovremmo dire guardando i termini di servizio — della proprietà dei propri contenuti ai gestori della piattaforma, per una serie di possibili utilizzi).

Ci vuole un po’ per capire come muoversi su Medium. Per uscire dal paradigma consueto del blog, soprattutto, ce ne vuole. Vedere — ad esempio — interventi messi a commento di altri viaggiare con le stesse proprietà e dignità dei post “normali”; prendere confidenza con il fatto di poter evidenziare dei passaggi letti (dopo un po’ appare comodissimo), familiarizzarsi con la divisione in Pubblicazioni (come SegnaleRumore, appunto) e semplici interventi. Capire il sistema di “raccomandazioni”, apprezzare il modo semplice di “salvare” post per una eventuale lettura successiva. E cose simili. Dopo un po’ di tentativi arriva comunque un senso di piacevole familiarità, si comincia ad apprezzare la ragionevolezza intrinseca di questo nuovo punto di vista.

Come considerazione globale, va forse detto che il fatto di aver efficacemente scompaginato lo sclerotizzato schema gerarchico blog + commenti permette di guardare alla scrittura online in maniera abbastanza nuova. Guadagnando comunque un punto di osservazione che consente, finalmente, di riflettere sul fatto stesso di scrivere per Internet.

Ovvero, di scrivere oggi.

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