macOS Sierra, o dell’integrazione

Quando c’è qualcosa da integrare, beninteso…

Beh lo ammetto, stavolta non sentivo quella fremente impazienza di fare l’aggiornamento a macOS Sierra, l’ultima incarnazione del sistema operativo messo a disposizione da Apple per i suoi computer. Non lo sentivo, ma l’ho fatta comunque. Ad onor del vero, devo dire che il processo di istallazione si è svolto nella più assoluta tranquillità, restituendomi un sistema pienamente usabile, in un tempo totalmente ragionevole.

Come interpretare allora il mio ridotto entusiasmo?

Mi tocca alla mente il caso del giornalista americano che descrisse l’avventura dell’Apollo 13 — prima che diventasse realmente una avventura, molto al di là delle previsioni— con la locuzione “troppo perfetto, la gente si annoia” (così raccontava Orlando — il giornalista — negli anni 70, nel 45 giri dedicato all’epopea della missione). Certo da un lato questo, probabilmente (anche se il sistema che andava veramente alla grande, senza mai blocchi di applicazioni o altre stranezze, è stato Leopard). Dall’altro perché la strada della totale integrazione nell’ecosistema Apple, se intrigante per alcuni, può lasciare altri un po’ più freddini (diciamo). Per dirla semplice: chiaro che il fatto di sbloccare il monitor agitando il braccio, funziona solo se nel braccio è allacciato l’iWatch, appunto.

In altri termini: la strada perseguita da Apple in questi ultimi tempi, con coerenza e consistenza bisogna pur dire, è quella di massimizzare i vantaggi per chi è totalmente interno al mondo Apple. D’accordo, io pure ci ho provato — ho avuto la mia fase 100% melamorsicata, che è anche durata il suo tempo fisiologico.

Poi diversi motivi mi hanno portato ad allontanarmi; motivi che ho già illustrato in questo blog, per cui mi fermo solo su un paio di punti

  • Spesa ($). Apple è di qualità, certo, e la qualità si paga. Ma certe cose non le digerisco, abbiate pazienza. Un semplice cavetto originale venduto a 25 Euro allo store di Apple secondo me è soltanto imbarazzante. Un iWatch “base” costa cinque o sei volte il mio Samsung Gear Fit. Certo, fa molte più cose, ma il punto è che non sono cose di cui sento di avere bisogno (o voglia). Apple, per sua politica commerciale, non ha un vero punto di ingresso economico nel suo universo: o tutto o niente, potremmo dire. Cioè: non posso scegliere. Non ho una rosa granulare di possibilità, a diversi prezzi (ok, in realtà ce l’ho, ma schiacciata e compressa verso alto). Niente di male, ma non è esattamente il mio schema.
  • Ecosistema. Quando mi decisi a prendere l’iPhone 5, il software di casa Apple non aveva confronti, sopratutto per i dispositivi mobili. Foto, musica, film, navigazione, messaggi. Un insieme coeso e coerente — diciamolo pure, un vero spettacolo. Android, di suo, intanto era perso all’interno di una frammentazione totale, irritante a dir poco: in poche parole, nessun senso di ecosistema omogeneo o facilmente fruibile. Troppa scelta per tutto, nessuna omogeneità (stile Unix, diciamo). Però gli anni passano, le cose cambiano. Google ha ormai sviluppato una suite mobile molto interessante, compatta e coerente, ampiamente gratuita. Google Photo, Play Music, Play Books, Play Film funzionano bene, si integrano perfettamente tra dispositivi mobili e computer, a volte fanno cose che Apple non fa ancora (lo streaming dei film, per esempio) e spesso non devi pagare nulla. Di converso, trovo che il software Apple sia diventato, con i vari ultimi aggiornamenti, un tantino cervellotico e a volte incoerente. Rimanendo per giunta più chiuso nel suo proprio ambiente, scarsamente fruibile al di fuori di esso (con qualche rimarchevole eccezione, come Apple Music per Android). Se consideriamo che il software Google gira meglio sui dispositivi Android — essenzialmente è più integrato nel sistema operativo, com’è normale — la scelta è fatta. Chiaro: tutto può cambiare, come del resto è già successo.
  • Software Le applicazioni stesse di Android in questi anni sono cresciute molto in quantità e sopratutto qualità. Prima non c’era assolutamente confronto, con Apple. Ora — diciamo — se ne può parlare.

In effetti, non stiamo parlando esattamente di macOS Sierra, è vero. O forse sì, perché è proprio l’integrazione nell’ecosistema Apple il suo punto di forza. E’ quello che — a giudicare proprio dalla relativa pagina sul sito della mela morsicata, può fare la differenza.

Capiamoci: ivantaggi che derivano per chi ha scelto di muoversi interamente nell’universo Apple, sono innegabili. Cartelle iCloud facilmente accessibili da ogni dispositivo, funzione ricordi nell’app Foto, l’applicazione Messaggi ancora più versatile e ricca….

Epperò: io preferisco Dropbox ad iCloud, Google Foto a Foto, e per Messaggi… beh diciamolo chiaro: chi usa veramente Messaggi (limitato nelle sue funzioni a dialogo tra utenti Apple) in luogo di WhatsUp o Telegram, applicazioni che hanno il non trascurabile pregio di essere universali?

Solo qualche esempio, avete capito il punto.

Tirando le somme, direi che è una differenza più filosofica che tecnica. Il che non è troppo strano, a pensarci. Siamo già ad un livello di sofisticazione così elevato che quello che può fare la differenza è proprio qualcosa di non essenzialmente tecnico.

Insomma, se io sono un fedele utente Apple, è chiaro che tutto deve filare bene all’interno del mio mondo (che è quasi sempre un mondo di eccellenza), ma la relazione con l’altro, con il diverso da me (anche se appena in senso tecnologico), avviene giocoforza su un gradino più basso. Niente di esecrabile, a priori, sia chiaro.

Piuttosto chiediamoci: è quello che ci interessa davvero?