Da uno a molti

Ovvietà sulla proliferazione dei sistemi di messaggistica

Un tempo, nemmeno tanto remoto, era così. C’era un solo sistema per inviare un messaggio testuale ad un’altra persona: recapitargli a mano un foglietto di carta (o spedirlo, d’accordo).

Poi sono venuti gli SMS, quegli short message services che ormai sono usati praticamente soltanto dalle ditte, per inviarti notifiche e pubblicità assortita. E comunque fino a qui, la scelta era ancora semplice: non c’era scelta, in realtà. O la chiamata a voce, o (come unica modalità asincrona) il messaggio di testo SMS.

Oggi la situazione è decisamente più complessa. La scelta c’è, eccome.

Tanti modi per dirlo? Forse troppi…

Ovviamente insieme alla maggior capacità di scelta si è anche spaventosamente allargato il ventaglio di possibilità espressive: possiamo inviare testo, ma anche immagini, musica, file, contatti. Tutto in piena mobilità, da telefonino a telefonino. Ma questo è noto.

La scelta dei servizi è ampia ed articolata, lo sappiamo. Una prima elencazione assolutamente non esaustiva, e limitata a servizi disponibili su ogni piattaforma (perdonami, Apple…), includerebbe senz’altro WhatsApp, ma anche Telegram, Google Hello, Skype e Facebook Messenger. E perché no, Signal.

Proprio da questo prenderei le mosse per segnalare una cosa che potrà sembrare ovvia, ma forse non lo è molto: con la proliferazione dei vari servizi concorrenti, arriva necessariamente la frammentazione della base di utenti. Appena un servizio si afferma in maniera abbastanza estesa, del resto, si creano fronde che segnalano la necessità imprescindibile di passare verso altri servizi. Come un organismo che arrivato ad un certo livello di crescita, si divide inesorabilmente in nuove unità elementari. O come la storia della sinistra italiana, chissà…

Necessità peraltro motivate, mi guardo bene dal negarlo. La privacy dei dati e delle informazioni scambiate, sempre più ricche, non è uno scherzo. Siamo d’accordo.

Eppure cambiare servizio, come sembra suggerire il titolo dell’articolo citato, non è così semplice ed indolore come sembrerebbe. Ogni volta che ci mettiamo ad utilizzare un certo servizio entriamo in una logica, e soprattutto stabiliamo una rete di rapporti, di connessioni, sulle quali poi costruiamo una serie di storie basate su uno scambio di dati inevitabilmente ricco ed articolato. Così, se pure comprendo le motivazioni, non riesco ad entrare nella logica di dire ai miei amici di cambiare applicazione di messaggistica.

Eh già, perché i miei amici hanno questa caratteristica, sono esseri umani (quasi tutti). Questo vuol dire che hanno altri amici, dai quali si ritroverebbero tagliati fuori, cambiando sistema di messaggistica.

Io poi, che ho un non trascurabile tempo di latenza, sono rimasto ancora a metà sul fronte della battaglia lascia WhatsApp e prendi Telegram (che è meglio, che è indipendente, che è più sicuro, che non è di Facebook etc…) che già adesso mi vedo superato da questa nuova, prima che abbia minimamente avuto successo in quella vecchia, peraltro (tanto che devo tenere WhatsApp e Telegram insieme, ormai).

La realtà è che la mancanza di un protocollo standard comune, magari servito da diversi client, con diverse caratteristiche (il modello email, per intenderci) nel caso della messaggistica, si fa sentire in maniera assai incisiva. Ma tant’è, questo non si può cambiare facilmente.

E dunque? Stavolta non riesco a partecipare, mi mancano le forze. Istallare una ennesima applicazione di messaggistica, per frammentare le mie interazioni informatiche in un ennesimo canale? Non mi attira.

No, grazie. Capisco i motivi, e sono anzi simpatetico con il post (scritto anche molto bene).

Ma stavolta, vogliate perdonarmi, non lo dico ai miei amici.