Bauman e la sua trappola

Per certo, Zygmunt Bauman non avrebbe bisogno di molte presentazioni: è il papà della nota teoria della modernità liquida, tra le altre cose. E’ anche una persona che alla veneranda età di novanta anni suonati, non ha perso la lucidità e la originalità di un punto di vista sull’universo delle interazioni sociali e sul mondo in generale, sempre meritevole di interesse e più che mai necessario in questi momenti di transizione e di passaggio.

Proprio a questo si riferisce una frase che mi colpisce molto, nella sua intervista rilasciata di recente al quotidiano El Pais, e tradotta in parte anche in un sito italiano:

Siamo in un periodo ambivalente, reduci da momenti di massima incertezza e dall’aver constatato che i vecchi modi di fare le cose non funzionano più. Non sappiamo che tipo di sostituzione sta per avvenire. Stiamo sperimentando nuovi modi di fare le cose.

Significative appaiono specialmente le parole riguardanti la “trappola” dei social media, in quando degne di una riflessione che sarebbe bene percolasse nei vari ambiti, soprattutto quelli più permeati dall’utilizzo di questi nuovi — e comunque ormai insostituibili — strumenti di interazione sociale…

La questione dell’identità è cambiata: è necessario creare una comunità. Ciò che i social network possono creare è un sostituto della comunità. La differenza tra una comunità e una rete è che alla comunità si appartiene mentre la rete appartiene a voi.

Per quanto possa apparire in un certo senso ovvio il principio che la bontà di un mezzo dipende dall’uso che se ne fa, è secondo me una nozione che — se pure è stata debitamente metabolizzata per innovazioni più sedimentate (per dirne una, il telefono) — non lo è ancora per mezzi espressivi e comunicativi più nuovi, come Facebook, verso i quali non è infrequente imbattersi ancora in giudizi (positivi o negativi che siano) tanto drastici quanto irriflessivi, nel senso di poveri di materiale argomentativo di ragionevole spessore dialettico.

Persi nella rete... o di nuovo creativi?

Persi nella rete… o di nuovo creativi, in modalità inedite ed ancora tutte da scoprire?

Ben venga dunque l’ammonimento di Bauman, laddove ci ricorda — al di là di giudizi sommari — l’ambiguità di fondo che permea i social media e più in generale una grande gamma di strumenti espressivi della modernità

la maggior parte delle persone che utilizzano i social media non hanno l’intento di unire, di aprire i propri orizzonti, ma, al contrario, circoscriversi una zona di confort in cui essere unici, dove le uniche cose visibili sono i riflessi del proprio volto. I social media sono molto utili, forniscono piacere, ma sono anche una grande trappola.

Potremmo utilmente annotare la concordanza con quanto ci dice il grande psicoanalista americano James Hillman, quando dice che

Tutta quell’immensa industria dell’ipercomunicazione (…) [quei mezzi che] trasformano il cittadino in un professionista dell’informazione rapida in contatto con chiunque e dovunque — sono accessibile, dunque esisto — non pongono fine, e insisto sul non, alla mia solitudine, ma anzi la intensificano.

A questo punto — già con queste poche ma significative citazioni — si comprende come abbiamo messo l’attenzione su un tema complesso ed infinitamente variegato, oltreché sviluppabile in una grande molteplicità di direzioni. E’ un tema strettamente legato alla modernità nel suo nucleo più intimo e pulsante, e deve essere tenuto in grande considerazione, proprio per coltivare la ragionevole speranza di modellare la modernità con le nostre coscienze individuali e di appartenenza a gruppi sociali, e non più semplicemente a subirla.

Ed è, per concludere, un tema che mi piace declinare non solo in tono negativo o comunque di percezione di pur giusto pericolo, ma di segnalazione di una inedita opportunità, come ben fa Marco Guzzi nel sul volume La nuova umanità. In particolare un saggio contenuto all’interno del volume, Tecnica e mass-media: la risposta dell’Uomo Nascente, appare in questa luce decisamente interessante e ricchissimo di stimoli, tanto che è da un po’ la base teorica per lo sviluppo di questo stesso blog. Qui non possiamo certo ripercorrerne in dettaglio gli snodi, però mi piace dare almeno un indizio, uno spunto, una articolazione positiva di ciò che questa modernità può davvero essere

Ma in questo cadere, in questo abbassamento della luce, non si nasconderà una parallela e ancora occulta crescita del sole dall’altra parte del mondo, e cioè lì dove non riusciamo ancora a lanciare il nostro sguardo? Non staremo concependo in noi e dando faticosamente alla luce una nuova soggettività ordinatrice, un Nuovo Io? E l’attuale sfida tecnologica non potrebbe essere uno degli ambiguissimi strumenti della nascita di questa nuova figura di umanità, in quanto ci provoca e quasi ci forza ad una sorta di salto antropologico, a una rivoluzione spirituale della nostra coscienza?

In fondo è proprio dei momenti di passaggio, di crisi, il fatto di poter riguardare a stati di cattività di ogni tipo, a trappole, anche come inedite opportunità, per innescare almeno una fondata speranza in un processo di rigenerazione, sempre nella rispettosa ed amorevole consapevolezza della fatica (personale e collettiva) che questo travaglio necessariamente porta con sé, e che impone una fresca e nuova considerazione delle più recenti modalità di rapporto sociale.

E’ necessaria tale consapevolezza, anche spirituale, se vogliamo sperare di essere davvero protagonisti dell’evo moderno, riscattando (e tornando sempre a riscattare, in un processo dinamico di caduta e ripresa) tramite un uso illuminato e consapevole gli stessi mezzi della moderna comunicazione.

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